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giovedì, 12 luglio 2007
Yvonne Vera fa parte di una generazione di scrittori, africani che almeno negli ultimi decenni iniziamo a conoscere in Occidente. Sfortunatamente per lungo tempo il continente africano è rimasto terreno “arido” alla letteratura, almeno nella ricezione di noi lettori occidentali. Che questo sia riconducibile a una precarietà dei territori magari appestati dalle guerre, a un’Africa della civiltà moderna della “crisi”, oppure a qualche altro oscuro fattore non so dire con certezza, certo ci sarebbe l’interesse per una profonda riflessione in merito.

Il romanzo Le vergini delle rocce può essere facilmente interpretato come una sottile allegoria della storia dei quarant’anni, forse i più importanti del Novecento, del paese d’origine dell’autrice, lo Zimbabwe, dai ‘50 fino agli anni ‘80, successivi all’indipendenza nazionale nell’80. Due sorelle come le due fasi di identità del paese: Tenjiwe, la maggiore, che vive tra una città dove vige l’apartheid, tant’è che per le coppiette di colore si crea il rito di incontrarsi agli angoli delle strade, perché la maggior parte degli edifici sono a loro preclusi, e la realtà rurale, dove sembra esistere margine di maggiore libertà ma dove tuttavia persiste una sicurezza e una calma solo apparente, perché sarà lontano dalle luci elettriche cittadine che si consumeranno le espressioni più tragiche della guerra civile. L’altra sorella, protagonista principale della storia, Nonceba, è invece la Nazione dell’autonomia e della speranza, che però nasce già all’insegna del sopruso e dell’anima stuprata e stracciata, proprio dagli orrori della guerra; e i carnefici responsabili non sono i colonizzatori, ma gli stessi africani, responsabili forse non ultimi ma più evidenti delle proprie cicatrici.

Il libro si apre splendidamente con una sorta di ambiente “jazz", cittadino, metropolitano, dove frammenti lirici dipingono l’agnizione del reale. Una liricità lucidissima, che dilata fino al parossismo il tempo della scrittura, che con le armi della retorica fa emergere le sfumature trascurate e soffuse della realtà, rigenerandola di senso estetico e sublimandola. Descritte con astrattezza, le immagini di vita quotidiana, in un linguaggio capace di incantare, si crea l’effetto di rinascita di nuova riflessione sulla semplicità del contingente che si fa florilegio.
Allontanandoci dalla città emerge la definita affinità dell’autrice per gli spazi tipicamente africani, come le distese aperte, gli elementi naturali come terra, cielo, pioggia ecc. Col secondo capitolo si assiste a un caratteristico e interessante procedere per "associazioni", dove parole e suggestioni si rincorrono e dispiegano una linea con una conclusione apparentemente lontana dalla partenza. Sembra che una riflessione e descrizione si perda nella successiva come un flusso libero, senza apparente continuità che non sia quasi casuale.
Inizia a cristallizzarsi un fare letteratura "mitico", come se ci si trovasse in un "tempo e spazio mitico", quindi un "non-tempo" e un "non-spazio". Le donne sono essenze assolute, gli uomini lo stesso, come loro, incarnano sensi puri ed evocano grandezze elementali inusitate. Evidente la doppia dualità donna uomo e due donne-due uomini, che sono antitetici ognuno rispettivamente all’altro - nei due modi di essere donna e uomo -, ma mai superficialmente, in modo grossolanamente meccanico.

La sensibilità della Vera è femminile, la sua scrittura è femminea, e ciò è più evidente per come vengono raffigurati i personaggi maschili: sono uomini sempre, anche nell’abiezione più colpevole, con una profonda dignità insita, succubi degli istinti, palesemente bambini nei sentimenti e impulsivi, che talvolta si sacrificano, che compiono anche violenze perfettamente malvagie ma che non sembrano possedere del tutto la padronanza della propria coscienza, quasi inevitabili espressioni di forze superiori o della loro natura di energia a volte cieca. E questa femminilità della scrittura di manifesta splendidamente anche nello stile "placido", per niente irruente, che scorre quasi fosse un ciclo lunare, il quale con esiti positivi abbraccia una mitezza contemplativa quasi materna, appunto. Non c’è aggressività nello stile di Vera, nemmeno irriverenza, cose che spessissimo, da lettori, siamo stati abituati a riscontrare in scrittori maschi; piuttosto una fiducia quasi gravida, armonica col creato e con le cose semplici, per la natura e le sue imposizioni spesso incomprensibili. Infatti la natura è madre partoriente legittimazione, che tutto contiene e tutto dispensa. Sarà infatti la fuga dalla natura, dalle rocce e dal paese verso la città, a permettere un nuovo inizio, diverso dalle logiche millenarie e quasi invincibili del sangue nocivo incosciente, ma esplosivamente e pericolosamente vitale e mortale nell‘eccesso, della ruralità.

E sarà nel titolo, che si riferisce a degli affreschi in una grotta persi nei tempi più remoti, che si celerà il senso non ultimo ma sicuramente quintessenziale dell’opera: si distingue un rito funebre per un re, che dovrà essere accompagnato nella morte da un gruppo di giovani vergini, in sacrificio. In realtà, sembra spiegarci Vera, non è mai sacrificio il sangue e la perdita dissipati per una causa disperata e priva di senso. Sacrificio di vita è il volontario scambio di ciò che si ha di più caro con qualcosa di più grande, di più importante. Invece la processione di morte delle vergini, pur consenzienti, non porta a nessuna conquista, solo ad altro dolore e a mortale inganno. In realtà quello delle vergini non è sacrificio ma suicidio, sbagliato atto di pura inutilità, almeno in questo caso, di un’Africa che non sa emanciparsi da un ciclo di perpetui annichilamenti della sua gente e del suo spirito, in una giurisdizione della ferocia e dell’autolesionismo incredibilmente strapotenti e, con la stessa tragicità, mellifluamente padroni.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Yvonne Vera (Bulawayo, Zimbabwe, 1964 - Toronto 2005), scrittrice africana in lingua inglese. 

Yvonne Vera, “Le vergini delle rocce”, Frassinelli, 2004. Traduzione e Postfazione di Francesca Romana Paci.

Prima edizione: “The Stone Virgins”, 2003.   

Approfondimento in rete:
http://www.club.it/culture/culture2002/francesca.romana.paci/corpo.tx.paci.html
http://www.unisi.it/lettura.scrittura/imago/vergini/
http://www.didaweb.net/mediatori/articolo.php?id_vol=814


Già apparso su www.lankelot.eu


Gianluigi Pala
postato da: Arpaeolia alle ore 23:14 | Link | commenti (1)
categoria:zimbabwe, letteratura inglese, yvonne vera, letteratura africana