Non ricordava nulla. Uno spesso velo di nebbia offuscava la sua memoria a lungo termine. Provava a sforzarsi ma l’unica cosa che le affiorava alla coscienza assomigliava a un colorato sogno lucido a induzione mnemonica.La finestra della stanza rifletteva le luci arancioni pulsanti dei semafori inattivi. Fievoli raggi intermittenti proiettati sul soffitto e sulla parete celeste. Il silenzio notturno era interrotto sporadicamente dai lamenti di un vecchio provenienti dal fondo del corridoio.
La sirena di un’ambulanza in lontananza la scostò dai misteriosi pensieri per un istante. E in quell’esatto momento percepì lancinante il dolore. Un male secco, asciutto, costante provenire dalla schiena. Si interrogò più volte cosa le fosse accaduto. Provò a rigirarsi e toccare il punto dolente che irradiava fitte in tutto il busto indolenzito, inutilmente. Il denso senso di bruciore che saliva lungo la spina dorsale la costrinse a chiamare assistenza. Pigiò il pulsante. Silenzio. Lo pigiò nuovamente. Nulla. Un velo d’ansia la avvolse delicatamente. Continuava a schiacciare il campanello dell’infermeria sempre più nervosamente, mentre il male le graffiava la schiena.
Un uomo, alto e robusto, col camice verde da infermiere, comparve improvvisamente ai piedi del suo letto. Si avvicinò e sostituì la flebo accanto vuota con una simile piena.
<<Calma. Adesso ti passa. Ci vorrà un minuto.>>
Lei lo osservava con sollievo e curiosità. Era un bel ragazzo, forse un po’ troppo alto, pensava. I suoi occhi neri e astuti la intimorivano, ma aveva un sorriso coinvolgente.
<<Cosa mi è successo?>> Il dolore cominciava a scemare.
<<Hai danzato con la morte, Medea.>>
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Un abisso rischiarato da bagliori istantanei si rifletteva negli occhi della donna, sul suo sguardo opaco. Proprio come nella sua vita, fino a poco tempo prima, si erano alternati slanci vitali e un’irrisolta apatia. Il volto pallido non spiccava fra le lenzuola dell’ospedale e gli occhi, che in condizioni normali dovevano apparire di un bel verde scintillante, erano ora due paludi d’acque torbide. Aveva dita affusolate e una pelle color avorio,recava con sé pochi effetti personali: una borsetta striminzita con dentro un paio di occhiali da vista, un pacchetto di sigarette e un bell’accendino in metallo, fazzoletti, dei tampax, qualche spicciolo, chewing gum, le chiavi di casa. E un libro sottile e dalla copertina consunta : la Ballata del Vecchio Marinaio di Coleridge. Alcuni versi erano sottolineati e c’erano delle annotazioni sui margini, a matita. Per il resto, niente documenti né un agenda né alcun riferimento a qualunque conoscente. Niente di niente. Più tardi ne avrebbe sorriso.