Non ricordava nulla. Uno spesso velo di nebbia offuscava la sua memoria a lungo termine. Provava a sforzarsi ma l’unica cosa che le affiorava alla coscienza assomigliava a un colorato sogno lucido a induzione mnemonica.La finestra della stanza rifletteva le luci arancioni pulsanti dei semafori inattivi. Fievoli raggi intermittenti proiettati sul soffitto e sulla parete celeste. Il silenzio notturno era interrotto sporadicamente dai lamenti di un vecchio provenienti dal fondo del corridoio.
La sirena di un’ambulanza in lontananza la scostò dai misteriosi pensieri per un istante. E in quell’esatto momento percepì lancinante il dolore. Un male secco, asciutto, costante provenire dalla schiena. Si interrogò più volte cosa le fosse accaduto. Provò a rigirarsi e toccare il punto dolente che irradiava fitte in tutto il busto indolenzito, inutilmente. Il denso senso di bruciore che saliva lungo la spina dorsale la costrinse a chiamare assistenza. Pigiò il pulsante. Silenzio. Lo pigiò nuovamente. Nulla. Un velo d’ansia la avvolse delicatamente. Continuava a schiacciare il campanello dell’infermeria sempre più nervosamente, mentre il male le graffiava la schiena.
Un uomo, alto e robusto, col camice verde da infermiere, comparve improvvisamente ai piedi del suo letto. Si avvicinò e sostituì la flebo accanto vuota con una simile piena.
<<Calma. Adesso ti passa. Ci vorrà un minuto.>>
Lei lo osservava con sollievo e curiosità. Era un bel ragazzo, forse un po’ troppo alto, pensava. I suoi occhi neri e astuti la intimorivano, ma aveva un sorriso coinvolgente.
<<Cosa mi è successo?>> Il dolore cominciava a scemare.
<<Hai danzato con la morte, Medea.>>