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lunedì, 10 settembre 2007
Troverai sulla sinistra della casa di Ade una fonte/ e accanto ad essa un cipresso bianco che si drizza / a questa fonte non avvicinarti troppo. / Ne troverai un’altra, dalla palude di Mnemosine, / fredda acqua dalla fonte corrente; dinnanzi stanno i custodi. / Dì loro:”Della terra sono figlio e di Urano stellato. / la mia stirpe è dunque celeste; ma questo sapete anche voi. / Io sono ardente di sete, e muoio; ma datemi, presto, / la fredda acqua che scorre impetuosa dalla palude di Mnemosine” / Essi te la daranno a bere dalla fonte divina, / e allora insieme ad altri eroi tu salirai in alto”.
 
Si tratta di un’iscrizione funebre ritrovata in lamine auree nelle tombe orfiche a Roma a Creta e nella Magna Grecia, (IV-III sec. a. C.), scoperte resistite appese a quel che rimaneva del collo dei defunti.
Franchi ce ne centellina i residui frammenti – di un’altra appena differente versione (sua?) – fino alla pagina idealmente spartiacque tra due parti (solamente? Poliromanzo? Romanzo-rizoma?) della sua opera. Su questo reperto testuale sappiamo che si trattava delle indicazioni dei vivi per i morti, quel che avrebbero dovuto percorrere per l’iniziazione alla vita in morte.
Riflettendo ci si accorge che nel primo complesso di capitoli-racconti (fino a pag. 63), l’autore ci parla del decesso, dell’ostacolo ferreo alla manifestazione dell’intellettuale come intelligenza che sia azione e senso vivo.
Successivamente si prospetta il nuovo inizio, la discesa nell’arena della contemporaneità con in pugno partita IVA e integrità, eroicamente. E questa eroicità va riconosciuta, rivendicata e condivisa, per non dimenticarsi di non essere nati Schiavi Moderni.
Quindi il mondo del lavoro, che è indivisibile per il narratore da quello della letteratura, perché egli incarna momento per momento la sua medesima arte. Il conflitto irrisolto tra un io genuino e votato alla correttezza, che si scontra sempre e comunque con l’esterno fatto di disillusione e tremenda rassegnazione. Il nostro non cede terreno, continua a combattere fuori dal limite della pagine, sconfinando nelle nostre coscienze.
 
Colpisce immediatamente la dedica: “A mio Padre / A Patrizia / A Patrick”, che insieme alla P di Pagano seguono uno stilema tipicissimo del classico latino: l’uso dell’allitterazione.
La carica non assiduamente lirica dello stile è luminosa, leggera e sempre elegante, in una eccellente commistione tra ritmicità elevata e respiro profondo e giovanile. Lessico sobrio e mirabilmente controllato, senza sbavature o disarmonie. Controllo di un linguaggio faticosamente limato e appuntito negli anni, temperato e mai spiacevole, che scansa la possibilità della noia del lettore con periodi secchi, profusi di polisemia evocativa, quali fuochi che costruiscono un reticolo di luce palpitante. Anche qui tracce della sperimentazione come nel predecessore Disorder, frasi spezzate del complemento - che sono messaggi diretti a chi già sa, a chi condivide, oppure che sono come verbi all’infinito di volta in volta aderibili e coniugabili universalmente -, e in particolar modo alcuni passi dove un flusso di pensiero privo di punteggiature che richiama ancora una volta il Tondelli, di Pao Pao (pag. 84-86).
Si percepisce, nella lingua, la palestra di critica militante e dis-accademica praticata in centinai di recensioni librarie e non solo nei siti Lankelot.com poi Lankelot.eu: precisione, lucidità, sensatezza puntigliosa, forza degli argomenti. Ma in quanto lettore titanico, Franchi racchiude innumerevoli fonti e nessun maestro.
 
Insieme alle parti indefinitamente autobiografiche, uno degli argomenti princeps è quello più strettamente politico.
Georges Sorel sosteneva il concetto, senza dubbio controverso, delle idee-forza, pensieri che, nell’immobilità di una apparente non-azione, un particolare individuo – un soggetto politico, dominatore -, imponesse alla psicologia delle masse un potere dall’alto, invisibile o quasi, che decidesse in indipendenza propria del persuasore, quel che il popolo dovesse, non blandamente pensare, si badi, ma fare.
Ci sono stati tempi nei quali questo presupposto potere era nelle mani di capi-clan, condottieri, imperatori. Politici, magari giornali, e forse, potrebbe essere capitato, intellettuali. Oggi: i grandi media: televisione come effetto. Gruppi oligarchici indegni quali causa.
Concetti già cardine di una delle più lineari fonti di approvvigionamento del circuito di valori dell’io narrante, il tremebondo, ostracizzato, incompreso e strumentalizzato intellettuale filosofo Julius Evola. Fu Franchi stesso a consigliarmi la lettura di un certo Imperialismo Pagano, pamplhet micidiale e polemico uscito nel 1928, in Italia. Il libro si inseriva nel dibattito interno al fascismo antecedente ai Patti Lateranensi. Serrata accusa contro un fascismo che scendeva a patti con la Chiesa, che invece, presentandosi come erede di un Impero Romano, sarebbe dovuto idealmente rimanere fedele al concetto pagano, di religione - iniziatico e sapienziale -, e, soprattutto, di ogni campo dell’esistenza. Questa elaborazione, in Evola, era una realtà di meritocrazie, e perciò gerarchica. Ma non una piramide di violenze verso il basso, una costruzione di organismo del popolo che centra nelle sfere più alte i più capaci, semplicemente, ma anche i più spiritualmente retti e perciò generosi e colmi di umanità. Questo è il senso della frase: “Non mi riconosco nel sistema partitico e non mi riconosco nel principio dell’uguaglianza, da nessun punto di vista.” (pag. 104).
 
Il nemico però stavolta non è sola la Chiesa cattolica, ma lo Stato in primo piano. Perché l’Ade della letteratura nazionale non è effetto minimo in un contesto irrelato, assolutamente è il risultato ultimo di una definizione di Stato indegna, povera, ingiustificabile. Stato che non riconduce unione, non contempla identità e tanto meno necessità. Questo tutti lo intuiamo, Franchi nomina e ufficializza.
Una cultura di destra che riprende il suo corso, in un senso di vera, autentica e idealistica prospettiva, lontana dal valore unico dell’organizzazione sociale caratterizzata esclusivamente da criteri economici, come tipicamente massimalista negli ultimi secoli da ogni fronte. Una filosofia di destra che punta all’emersione del più dotato, non migliore o del superiore – qui sta l’emblematica pericolosità di questo indirizzo – ma del più meritevole, nell’accezione esemplare del termine. Quindi Franchi attacca il nemico e ottuso materialismo marxista, con le sue misere e desolanti filiazioni italiote, attacca la violenza, la grossolanità, l’intolleranza nel fascismo, riprendendone però in dibattito l’intero disegno, suggerendo che la storia fatta dai vincitori non deve essere interiorizzata come oro colato, così come invece si è fatto dall’Italia del dopoguerra in avanti.
E il blocco statunitense, vincitore della guerra, è il dittatore economico che impone la sua libertà, la sua cultura, la sua totale mancanza di spiritualità e inesistente cifra trascendente della vita. Individua nella carestia delle arti letterarie il più vicino responsabile nel modello mercificante delle grandi marche editoriali, ne condanna gli scempi e la progressiva opera di desertificazione di qualsiasi speranza di rinascenza. Tangibilità naturale maturazione dell’intera filosofia immanente degli ultimi secoli. Ai tempi di Roma i valori erano altri. Non era il denaro che dava valore all’uomo ma l’uomo di valore a conquistare anche denaro. E non si trattava degli stessi valori di adesso.
 
Nucleo rovente della rabbia appassionata del libro è il non arrendersi, mai, al compromesso che significa impurità, magari finendo schiacciati, ma cadendo paganamente in battaglia, in vece di qualcosa di più grande, magari di inesistente ma sicuramente immaginabile, ricercabile e desiderabile. E si immagina una realtà secessionista di Comuni, di affiliazioni mondate di artificiosità peninsulare, nell’epifania dell’unico concetto che sopravvive al marcio e al buio: l’appartenenza. Che significa amicizia, ideale, battaglia comune e solidarietà totale con i propri simili.
Ci spiega che è ora di riprendere l’abitudine di pensare con coraggio, senza timore di capire verità troppo lontane dalla consuetudine accettata. Lo stato è parassita nominale e senz’anima: bene, lo rinneghiamo, gettiamo tutto e si ricomincia da capo. Certo, magari noi tutti non siamo personaggi di un romanzo, la politica d’oggi ha ragione e si deve sottostare al di là del bene e del male, nella giustificazione dei mezzi, ma questa è un’altra idea che si dimostra combattendola, e magari snaturandola per poi storicamente superarla. Un esempio lontano c’è stato, sembra, ed è quello Pagano e Romano.  Franchi contro tutti e insieme a pochi, che si sforza di elevarsi dalla logica del possesso, pretendendo senza concessioni dignità, lealtà, intelligenza.
Che sia tutta illusione, sogno imprigionato nell’adolescenza? Questo ha importanza solo a seconda dell’appartenenza del lettore. Questo è un Romanzo, Letteratura disperata e generosa, inarresa, quindi guerriera.
 
 
 
 
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
 
Gianfranco Franchi (Trieste 1978), ha pubblicato due “laboratori” di poesia,
L’imperfezione-opera III (2002) e Ombra della fontana (2003) e una raccolta di racconti dal titolo Disorder (2006). È stato coordinatore di due riviste letterarie indipendenti, Ouverture e Der Wunderwagen, tra il 1997 e il 2003. Tra il 2003 e il 2006 è stato responsabile del portale di comunicazione e critica letteraria e dello spettacolo Lankelot.com, dove ha scritto recensioni di libri, film e dischi e pubblicato racconti. Quindi ha rifondato il sito collettivizzato Lankelot.eu. Ha cambiato spesso lavoro.
Vive a Monteverde Vecchio, Roma.
 
Franchi in Lankelot:
 
Franchi Gianfranco - Pagano di Paolo Mascheri
Franchi Gianfranco - Pagano di Luca Martello


Già apparso su www.lankelot.eu
 
Gianluigi Pala
postato da: Arpaeolia alle ore 16:14 | Link | commenti (3)
categoria:politica, libri, letteratura, roma, leggere, tondelli, franchi, paganesimo, evola, pagano, cultura di destra, sorel